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27 Settembre 2016

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Non è banale e ancor meno immediato confrontarsi con luoghi ben impressi nell’immaginario collettivo. A maggior ragione se questi stessi spazi sono stati già oggetto di studio, visione e traduzione da parte di altri. Si ha sempre il timore di sfociare in qualcosa di ripetitivo, monotono ed impersonale. Oggi e in crescendo, in fotografia come in arte, si desidera troppo spesso stupire e sorprendere, cercando a tutti i costi di proporre qualcosa di nuovo. Tuttavia non esiste realtà fisica, soggetto o tecnica che possa sopperire alla mancanza di una novità di visione. È lo sguardo che conta, ossia il modo e il tempo di osservazione, riflessione e rielaborazione di ciò che vediamo e, in misura maggiore, ciò che vogliamo affermare o negare.
È vero, in origine Luca Cacioli ha guardato all’ex fabbrica per la sua storia. Eppure la scelta del luogo è avvenuta in ordine a ragioni formali, in quanto in esso il fotografo ha scorto i segni del suo alfabeto visivo. Oggetti sospesi ed isolati, geometrie di ferro e stoffa, superfici erose e consunte: Details che suggeriscono un’atmosfera silenziosa e rarefatta, ma soprattutto – questo è il nocciolo – una tendenza all’astrazione in forme, linee e punti. L’uso del bianco e nero evoca una sorta di radiografia dei soggetti scelti, che viene ulteriormente sviluppata quando trasposta ai particolari. Mediante la ricerca dell’ossatura strutturale – non della macroarchitettura, ma della microarticolazione degli elementi – vengono fissati i fulcri della composizione, orientando la lettura. Nondimeno la tensione alla sottrazione e alla visione mentale del dato oggettivo non comportano la perdita del contatto con quest’ultimo. Infatti, la riconoscibilità del soggetto non viene mai negata: un neon resta tale, al pari delle tende a rullo o dei tubi in ferro. Tutti questi “vocaboli”, andando ben oltre il loro status, rappresentano fasci di vettori, rette e diagonali. Questa traduzione segnica è il punto del progetto, che trova in dettagli apparentemente ordinari il senso di un’indagine personale e in divenire.

Muovendo dall’approccio puramente formalista, e dunque osservando il progetto sul piano di contenuto e contesto, ad emergere è la storia. I dettagli catturati sono i resti di un corpo smembrato: una cattedrale divenuta non-lieu. Lebole, da simbolo di rinascita, emancipazione, industrializzazione e rivoluzione a specchio dei nostri tempi: un campo di battaglia, un teatro fatiscente sul cui palco si assecondano come maschere precarietà, incertezza, non curanza e provvisorietà. La decadenza dei valori, frammista all’incapacità di guardare con onestà e lucidità al passato, finisce per ottenebrare la visione di un futuro migliore che possa riscattare questo presente frammentato, convulso, tormentato, sospeso in un limbo e perennemente violentato. Un tempo di cui questo spazio è metafora.

 

Tiziana Tommei