Critics
22 Luglio 2015

[A – stràt – to]

Essenzialità, rigore, minimalismo, geometria e astrazione. I progetti fotografici realizzati da Luca Cacioli negli anni, sebbene ben distinti tra loro, sono accomunati dalla medesima matrice di ricerca: la forma. Quest’ultima non intesa quale mezzo, ossia con valore strumentale rispetto all’espressione, ma come espressione essa stessa. Dal primo lavoro, Confini, passando per Surrealismo, Notturni Urbani e Details, fino a giungere a La nuvola e ad [A – stràt –to] quello che emerge è un percorso ordinato, che muove in sottrazione. Questo, non tanto in termini quantitativi, quanto di restituzione di elementi che, seppur realistici, si staccano dalla realtà intesa come trasposizione diretta di un oggetto di natura. Il fotografo, infatti, non solo è attratto in misura crescente da elementi architettonico-urbanistici e industriali, ma li osserva e li viviseziona, lasciando emergere il lato meno realistico e figurativo, e quindi, più propriamente, astratto. In [A – stràt – to] non è più tanto interessato a comporre un’immagine ben costruita (Surrealismo) o a tagliare spazi e strutture, valorizzandone le geometrie (Notturni urbani) e neanche a focalizzarsi su dettagli specifici (Details), quanto a mettere in luce ogni dettaglio di superficie, rendendo protagonista la texture. Il colore, la materia e le linee, insieme alle componenti fisiche che costituiscono quest’ultima, fino ad ogni millimetrico elemento, vengono fissati in luogo dell’oggetto fotografato. Questo progetto è imperniato sull’osservazione e registrazione chimico-chirurgica dell’oggetto scelto, che perde in virtù dello scatto stesso lo status si soggetto. Procedendo a ritroso fino a Confini, non si può non soffermarsi su talune associazioni: l’elemento antropico ed artificiale, che al tempo si frapponeva tra l’uomo e il paesaggio, oggi viene eletto ad assoluto protagonista della scena, fino ad essere indagato nella sua consistenza e area di sviluppo. Singolare è la libertà di lettura e, di conseguenza, d’immaginazione, che il fotografo lascia al riguardante attraverso questa serie: le coordinate di orientamento, al pari dell’immagine evocata, sono ad appannaggio dell’osservatore. Forme piene, che colmano lo sguardo, attraverso la negazione dell’inessenziale, come della diretta e immediata riconoscibilità della figura ripresa. Hanno un perimetro fisico su carta, ma non hanno confini in sé: si estendono oltre la cornice, si espandono. Il movimento è per questo doppio: in profondità nella materia, multidirezionale sulla superficie. Il processo che determinano non attiene a qualsivoglia interrogativi sull’entità dell’oggetto, ma induce piuttosto ad un atteggiamento di contemplazione prolungata.

 

Details_

Non è banale e ancor meno immediato confrontarsi con luoghi ben impressi nell’immaginario collettivo. A maggior ragione se questi stessi spazi sono stati già oggetto di studio, visione e traduzione da parte di altri. Si ha sempre il timore di sfociare in qualcosa di ripetitivo, monotono ed impersonale. Oggi e in crescendo, in fotografia come in arte, si desidera troppo spesso stupire e sorprendere, cercando a tutti i costi di proporre qualcosa di nuovo. Tuttavia non esiste realtà fisica, soggetto o tecnica che possa sopperire alla mancanza di una novità di visione. È lo sguardo che conta, ossia il modo e il tempo di osservazione, riflessione e rielaborazione di ciò che vediamo e, in misura maggiore, ciò che vogliamo affermare o negare.
È vero, in origine Luca Cacioli ha guardato all’ex fabbrica per la sua storia. Eppure la scelta del luogo è avvenuta in ordine a ragioni formali, in quanto in esso il fotografo ha scorto i segni del suo alfabeto visivo. Oggetti sospesi ed isolati, geometrie di ferro e stoffa, superfici erose e consunte: Details che suggeriscono un’atmosfera silenziosa e rarefatta, ma soprattutto – questo è il nocciolo – una tendenza all’astrazione in forme, linee e punti. L’uso del bianco e nero evoca una sorta di radiografia dei soggetti scelti, che viene ulteriormente sviluppata quando trasposta ai particolari. Mediante la ricerca dell’ossatura strutturale – non della macroarchitettura, ma della microarticolazione degli elementi – vengono fissati i fulcri della composizione, orientando la lettura. Nondimeno la tensione alla sottrazione e alla visione mentale del dato oggettivo non comportano la perdita del contatto con quest’ultimo. Infatti, la riconoscibilità del soggetto non viene mai negata: un neon resta tale, al pari delle tende a rullo o dei tubi in ferro. Tutti questi “vocaboli”, andando ben oltre il loro status, rappresentano fasci di vettori, rette e diagonali. Questa traduzione segnica è il punto del progetto, che trova in dettagli apparentemente ordinari il senso di un’indagine personale e in divenire. Muovendo dall’approccio puramente formalista, e dunque osservando il progetto sul piano di contenuto e contesto, ad emergere è la storia. I dettagli catturati sono i resti di un corpo smembrato: una cattedrale divenuta non-lieu. Lebole, da simbolo di rinascita, emancipazione, industrializzazione e rivoluzione a specchio dei nostri tempi: un campo di battaglia, un teatro fatiscente sul cui palco si assecondano come maschere precarietà, incertezza, non curanza e provvisorietà. La decadenza dei valori, frammista all’incapacità di guardare con onestà e lucidità al passato, finisce per ottenebrare la visione di un futuro migliore che possa riscattare questo presente frammentato, convulso, tormentato, sospeso in un limbo e perennemente violentato. Un tempo di cui questo spazio è metafora.

Tiziana Tommei

 

Ossimori

La materia, lo spazio e il tempo onirici si nutrono di regole proprie, scardinate da schemi precostituiti e norme riconosciute.
All’interno di un sogno cade ogni riferimento a parametri fisici e alla concreta esistenza del reale. A tratti si avverte un senso di smarrimento, d’incertezza, eppure finiamo per essere attirati e catturati in quella dimensione allucinata. Siamo talvolta in dubbio sull’entità stessa del sogno, lo si confonde con il mondo reale. Parafrasando ci interroghiamo sul nostro stato: “Sto sognando? È realtà o finzione? Dove sono?”.
Frames da un film senza storia, privo di narrazione, costruito per combinazioni d’immagini in ottemperanza ad una logica tutta cifrata e criptata.
Un busto e degli specchi; una serie di occhi sovrastati da un lampadario; un tavolo stile impero che domina un’ambientazione impalpabile, evanescente, sublunare.
Scatole magiche, frammenti di sogni, apparenti surrealtà dove tutto è perfettamente definito, nitido, strutturato e ordinato. Una dimensione reale e credibile, al contempo visionaria e allucinata.
Siamo all’interno di una dimora privata, un ambiente in cui si respira un clima di forte dedizione all’arte e alla bellezza. In traslato, ci troviamo  come a guardare dentro ad un cubo in cui ciò che attiene al mondo concreto diviene vocabolo per strutturare un discorso metafisico.
Luca Cacioli costruisce, manipola, taglia, sostituisce, assembla e seleziona oggetti extra norma, bloccandoli in istantanee nelle quali tutto è calibrato fino alle incongruenze. C’è sempre un piccolo dettaglio che rompe la perfezione dell’insieme – la linea dell’angolo della parete che nello specchio più in basso non é pienamente centrata; il lampadario, le cui gocce non seguono la simmetria della sequenza  sottostante; il gioco dei pesi, tra soprammobili, tavolo e lampada che guida l’occhio alla lettura dell’immagine, definendo un equilibrio mobile, spostato ora a destra, ora a sinistra. È l’imprevisto che desta il riguardante, ammonendolo circa la natura reale di quello che osserva. Sogno, Frammenti e Riflessi costituiscono un trittico in cui verosimiglianza e astrazione si con-fondono, sublimando ogni confine tra realtà e immaginazione.

Tiziana Tommei

 

Il visibile e l’invisibile.

Il progetto fotografico Confine rappresenta un’importante tappa nel percorso formativo e concettuale di Luca Cacioli: classe 1991, approcciatosi da poco al medium fotografico, la principale sensazione che traspare dai suoi scatti è l’incessante ricerca di una relazione tra sguardo umano, potenzialità del mezzo e immagine. Cacioli si interroga in modo genuino sul confine non ben distinguibile che dovrebbe separare lo sguardo e l’immagine.  La ricerca sistematica di linee di fuga da sovrascrivere al dato del reale diventa lo strumento principale per cercare la connessione tra sguardo umano ed immagine; l’architettura visiva, non delimita lo spazio fisico entro gabbie precostituite, ma crea un codice entro il quale inscrivere la relazione percettiva tra uomo, mezzo e spazio: in qualche modo Cacioli afferma la tesi secondo cui le immagini rappresentano il nostro sguardo e al contempo la confuta perché gli sguardi risultano essere irrappresentabili e indecifrabili. Le immagini si creano nel dato fisico ma si rendono visibili solo col mezzo fotografico; non a caso il fotografo  sceglie di descrivere il suo progetto dicendo “non ci sono limiti, l’occhio umano può vedere all’infinito”.